L’uomo nobilita il lavoro

Siamo cresciuti con l’idea che “il lavoro nobilita l’uomo“. L’uomo viene nobilitato, cioè reso nobile, dal lavoro, qualunque lavoro. Non dovrebbe essere la ricerca del lavoro a nobilitare un giovane. Lavorare, avere un ruolo nella società: questo nobilita l’uomo.

Con l’ideale che sia il lavoro a nobilitare l’uomo milioni di persone, dal dopoguerra fino a qualche decennio fa, si sono messe alla ricerca di un lavoro, più o meno vicino ai propri sogni, più o meno vicino al desiderio di far carriera e quattrini. I lavori più ambiti erano nel pubblico, nella sanità, in banca, oppure una buona collocazione impiegatizia o da operaio, tutti rigorosamente posti fissi, o come si dice, a tempo indeterminato.

Fino a pochi anni fa nella maggior parte delle carte d’identità alla voce “professione” apparivano le diciture “impiegato” o “operaio”. Eppure “professione” significa professare ciò che si sa fare cioè, offrire alla società una propria abilità, unica e forse irripetibile. Non è il lavoro a nobilitare l’uomo ma l’uomo stesso che, grazie al talento che ha in sé, nobilita il mondo che lo circonda “professando” il proprio sapere, le proprie abilità, la propria arte. Rendere nobile è più che “far funzionare”. Significa far bene, fare belle cose, sane e utili.

E se provassimo perciò a capovolgere il detto? Anzi: se cominciassimo ad abituarci all’idea che in questa nuova rivoluzione industriale che si sta consolidando giorno dopo giorno ogni singola persona sarà chiamata a nobilitare ciò che fa? Sarà l’uomo a nobilitare il lavoro! Il lavoro di per sé non esiste. Su di un’isola deserta non c’è lavoro semplicemente perché non c’é alcuna necessità. Certo, se un uomo piombasse, alla maniera di Chuck Noland nel celebre film Cast Away, su un’isola disabitata qualche cosa da fare se la inventerebbe: avrebbe delle necessità e userebbe il proprio ingegno per superare la sua situazione particolare. Userebbe le abilità e su quelle si giocherebbe la sopravvivenza.

Nella società si può decidere di trovare o di fare un lavoro, oppure si può scegliere di “essere” quell’uomo capace di professare con talento e competenza quella cosa così come nessun altro potrebbe fare allo stesso modo. Non ho detto “fare meglio” perché per ciascun individuo il semplice fare con talento è un atto unico e perciò non confrontabile.

Un libro di qualche anno fa ma sempre moderno (“Le sette leggi spirituali del successo” di Deepak Chopra) racconta cosa sia la Legge del Dharma cioè la legge dello “scopo nella vita”. In base a questa legge, dice Chopra, ogni uomo possiede un talento specifico ed un suo modo speciale per esprimerlo.

Lo stesso concetto lo sviluppa in modo più profondo James Hillman in “Il codice dell’anima” un libro che ha segnato profondamente la mia vita e che rileggerei cento volte. Per Hilman la guida è il proprio Daimon, o anima, o angelo, o come lo vogliamo chiamare. Si può vivere separandosi dal proprio Daimon e si può anche ottenere più che il successo: la fama addirittura. Ma a volte questa scissione fra il proprio Daimon e le scelte che facciamo può condurci alla difficoltà di riconoscere noi stessi.

Ognuno di noi sa fare qualcosa, differente da ciò che fa chiunque altro al mondo, e solo l’espressione del talento individuale genera ricchezza ed abbondanza illimitate. Ho ragionato e meditato moltissimo su questa affermazione.

Ci sono due aspetti complementari che stanno alla base del ragionamento: un aspetto è legato ai bisogni nella società in cui viviamo. Ci sono i bisogni primari, quelli alla base della famosa piramide di Maslow, e poi ci sono i bisogni più voluttuari. I bisogni voluttuari sono altrettanto importanti rispetto a quelli primari perché un corpo sazio ma annoiato si avvizzisce rapidamente. Per cui c’è bisogno di panettieri ma anche di pasticceri, di medici ma anche di musicisti, di muratori ma anche di pittori. Non esiste una classifica di importanza. L’uomo di Neanderthal, insieme a qualche strumento per la caccia, si era costruito un flautino: eppure di problemi di sopravvivenza ne aveva parecchi.

Il secondo aspetto è invece legato all’uomo, al suo essere, che non può limitarsi al “dover” fare delle cose ma deve estendersi al “saper” fare. Per molto tempo, troppo tempo, la massima “il lavoro nobilita l’uomo” ha portato inevitabilmente a stilare una classifica fra ciò che è considerato lavoro e ciò che per alcuni non lo è.

Questa classifica ha anche condizionato il mercato del lavoro, per cui scrivere, insegnare, far musica, educare, aiutare i bisognosi, dipingere, recitare e tante altre autentiche professioni vengono considerate meno importanti di altre. Come se educare ed insegnare fossero cose di poco conto. Conosco due giovani laureati in Scienze dell’educazione, che lavorano a contatto con persone disagiate, donne abusate, bambini difficili. Sono pagati, ora, nel 2020, in Italia, 7 euro l’ora, con contratto a progetto, micidiali contratti, che uccidono più dei ponti e che da 40 anni continuano ad affamare intere generazioni.

Ci si deve arrendere a questa classifica? No, oggi no! L’intelligenza artificiale toglierà all’uomo tutti i compiti “ripetibili” e riproducibili. Cambierà il rapporto fra l’uomo e il lavoro. Le nuove professioni, di cui spesso si parla, non saranno svolte in uffici o in capannoni: saranno invece legate alla creatività, all’immaginazione, all’aiuto e solidarietà, compiti nei quali l’intelligenza artificiale potrà essere solo di aiuto ma non potrà sostituire l’intelligenza umana. Chiunque sa di avere un talento, che sia sottovalutato o meno, deve continuare a mantenere ferma la consapevolezza che arrendersi significa far mancare alla società qualcosa che è indispensabile. Sarebbe una catastrofe se tutti i giovani e meno giovani cercassero solo il danaro e il successo. Finiremmo col consegnare il futuro alle macchine. Sarebbe l’inizio di un conflitto sociale non differente da quello che ha portato alle guerre del ‘900.

Siamo in un’epoca storica nella quale alcune contraddizioni stanno cominciando ad affiorare, insieme alla plastica e ai rifiuti tossici gettati in mare.

Forse è arrivato il momento di ripensare la famosa massima “il lavoro nobilita l uomo”: non è il lavoro che nobilita l’uomo: il lavoro è un diritto. Fatto salvo questo diritto acquisito alla nascita è poi l’uomo che nobilita il lavoro, lavorando e facendo ciò che davvero sa fare.

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